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Alpinismo e doping

Nell’alpinismo il doping in quanto tale assume un significato diverso rispetto allo sport perché non esiste competizione diretta con altri atleti. Tuttavia è assodato come nell’alpinismo e soprattutto nell’alpinismo di alta quota, si faccia abbondante uso di farmaci soprattutto per “trattare”, prevenire o curare, l’insorgenza del mal di montagna che può insorgere alle quote più alte.

Nel 2013 l’École nationale de ski et d’alpinisme (Ensa) di Chamonix ha piazzato dei semplici raccoglitori d’urina in due rifugi: il Gouter a 3.835 metri e il Cosmiques a 3.613 metri, lungo la via normale francese di salita al Monte Bianco. Gli studiosi sono così riusciti ad analizzare i campioni di 430 alpinisti, tutti di sesso maschile, scoprendo che il 35,8% fa uso preventivo di farmaci contro il male acuto di montagna.

Il Dr. Luigi Festi, presidente della Commissione Centrale Medica del CAI, spiega così il fenomeno: “Quando si superano i tremila metri la pressione parziale di ossigeno diminuisce e a 5.500 metri è circa la metà rispetto a quella registrata a livello del mare. Questo comporta difficoltà respiratorie con conseguente ipossia e male acuto di montagna. Nei casi più gravi, questi sintomi possono evolvere in edema polmonare potenzialmente mortale”.

Per prevenire questo malessere, l’alpinista deve avvicinarsi gradualmente all’alta quota, osservando un giusto periodo di allenamento e acclimatamento. Una pratica che è sempre meno diffusa tra gli appassionati, che tendono invece ad ottimizzare al massimo il tempo trascorso in quota.

In pratica succede che volendo assolutamente arrivare in vetta al Monte Bianco nei tre giorni a disposizione, si assumono preventivamente farmaci che aiutano a superare il mal di montagna, evitando di effettuare l’acclimatamento.

Tra i farmaci più utilizzati c’è il Diamox, un acetazolamide usato per combattere l’ipertensione. Ha proprietà diuretiche e di acidificazione del sangue che porta a un aumento dell’atto respiratorio, compensando così la carenza di ossigeno dell’alta quota. «Oltre a importanti reazioni allergiche – spiega il dottor Festi – questo farmaco porta velocemente alla disidratazione, già di per sé accelerata in montagna, con effetti che possono essere letali. Inoltre, l’abuso di questa sostanza può comportare anche un fenomeno trombotico rilevante, con tutte le implicazioni del caso».

doping

Un secondo farmaco in uso tra gli alpinisti, anche se meno conosciuto, è il Desametasone, un cortisonico a rapido assorbimento, che ha la funzione di diminuire la cefalea, tra i sintomi principali del mal di montagna. Infine, diffusi soprattutto tra gli appassionati dell’ultratrail, le lunghe corse in montagna, gli infiammatori, che tolgono il senso di fatica e di dolore muscolare. Tutti questi farmaci alterano la percezione del pericolo legato all’ipossia e chi li utilizza può più facilmente andare incontro all’esaurimento delle capacità muscolari, restando in riserva d’energia quasi senza accorgersene.

 

Ma la domanda è: dove comincia il doping per aumentare la prestazione e dove finisce la profilassi per evitare che uno si ammali in alta montagna?

Nel 2013 Reinhold Messner aveva risposto con una frase choc a un giornalista spagnolo della rivista Desnivel: «Se si facessero gli esami del sangue agli alpinisti del campo base dell’Everest si scoprirebbe che il 90 per cento è drogato». Percentuale che i medici delle stesse spedizioni hanno subito definito esagerata.

Tuttavia è noto come diversi alpinisti ai campi base dell’Everest facciano uso di citrato di sildenafil, conosciuto soprattutto con il nome commerciale di Viagra, utilizzato allo scopo di aumentare le capacità respiratorie e diminuire il rischio di insufficienza cardiaca.

alpinismo e doping

L’abuso di farmaci ha risvolti di natura etica, di correttezza nei confronti della montagna e nei confronti di sé stessi e della propria salute.

Se chiedendo ad Hervé Barmasse cosa ne pensa, ti risponde che per lui “L’ossigeno per salire gli Ottomila è doping. Se ce l’hai quando arrivi agli 8.848 metri dell’Everest è come se fossi a 6.300”, dall’altro lato è raro trovare un alpinista che dichiari di fare uso di farmaci antidolorifici o stimolanti.

pervitin

Forse i più sinceri sono gli alpinisti di una volta. Nella storia dell’alpinismo eroico, il caso più famoso di doping è quello di Hermann Buhl, l’austriaco che per primo salì in vetta al Nanga Parbat facendo da solo e senza ossigeno gli ultimi 1.200 metri. Lui stesso scrisse di aver ingerito il Pervitin, una metanfetamina largamente utilizzata dai soldati tedeschi durante la seconda guerra mondiale, per sopportare la fatica.

 

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