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Il Manifesto dei 19

Nel 1985 diciannove arrampicatori francesi scrissero una lettera aperta, il Manifesto dei 19 appunto, prendendo posizione contro le gare di arrampicata e contro ciò che l’arrampicata stava diventando. Una lettera che costituisce una utopia forse, e che oggi può essere vista anche con una certa tenerezza ma che fa comprendere quali fossero gli istinti e le motivazioni di chi scalava negli anni ottanta. Uno dei rappresentanti del Manifesto dei 19 era Antoine Le Menestrel, funambolo dell’arrampicata, uno dei primi scalatori al mondo a raggiungere l’8c. Fu uno dei firmatari del manifesto ma fu anche uno dei primi tracciatori di competizioni, contravvenendo all’impegno preso nel manifesto stesso. In realtà solo uno dei firmatari, Patrick Berhault, rimase fedele all’impegno preso e non partecipò mai ad alcuna competizione, tutti gli altri dovettero rassegnarsi a prendere parte a ciò che l’arrampicata stava diventando, non più solo un viaggio romantico, ma anche uno sport competitivo.

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Ecco come Menestrel, ad anni di distanza, descrive la sua partecipazione al Manifesto: “Ero un giovane studente, vivevo ai margini della società e difendevo il concetto di un’arrampicata non soggetta al sistema mediatico-finanziario dominato dal concetto del denaro. Nel mio intimo non volevo saperne di quel mondo là, e sono fiero di aver firmato quel manifesto. La società doveva integrare l’arrampicata, questa pratica marginale, e i valori veicolati dalla competizione ne erano un buon mezzo. Ero idealista, ricordo di essermi trovato al bivio tra adattarmi o smettere di arrampicare. Ho scelto di integrarmi nel sistema al fine di apportarvi la mia creatività.

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Questo il testo integrale del Manifesto dei 19:

1985, dieci anni che l’arrampicata libera si è sviluppata in Francia. Oggetto di irrisione all’inizio, attualmente costituisce la regola del gioco per la maggior parte degli arrampicatori. 1985, varie competizioni sono previste in Francia, alcune organizzate da associazioni, altre da società commerciali e quindi sponsorizzate. Alcuni si rallegrano di tale evoluzione. Altri, no. Noi facciamo parte di questa seconda categoria. Noi, cioè tutti gli arrampicatori che, dopo aver letto ed approvato, hanno firmato questa lettera. Persone che per tutto l’anno investono tempo, fatica e denaro allenandosi ed arrampicando in falesia. Lo scopo di questo testo non è di tentare di analizzare le cause della nascita delle competizioni (che non fu del tutto democratica…), né di denunciare un responsabile, ma di tratteggiare le conseguenze possibili e probabili di un’ulteriore evoluzione. Innanzi tutto è falso credere che la maggior parte degli arrampicatori «forti» sia favorevole e pronta a partecipare alle future competizioni. Questa lettera ne è la prova.

Certi sport, come ad esempio il calcio o il tennis, traggono la loro ragione d’essere dalle competizioni. Ma l’essenza dell’arrampicata è un’altra. La sua finalità ultima è e deve restare la ricerca di una difficoltà tecnica e di un impegno (solitarie, chiodature lunghe) sempre crescente. E già qui compare una contraddizione con le gare. Siamo realisti. Ci si può immaginare una competizione basata sulla difficoltà pura, ma le necessità dei media sono altre. Per essere spettacolare e fruibile al grande pubblico, la gara deve fornire un parametro di misura facilmente comprensibile a tutti; è del resto il problema di altri sport visivamente troppo complessi, come la scherma ed il judo. Il parametro più comprensibile è la velocità, il verdetto del cronometro. L’arrampicata come lo sci: un circuito professionistico con una monopolizzazione delle falesie.

Ed anche se si facessero le gare di difficoltà pura, cosa ci darebbero di più? Ci mostrerebbero chi sono i migliori? Nemmeno quello, perché l’arrampicata moderna è troppo complessa (salite in libera, a vista, a tentativi, in solitaria) per dare giudizi netti. Attualmente esiste una competizione indotta (argomento di fondo dei sostenitori delle gare) e la ricerca di un certo riconoscimento da parte delle riviste specializzate. Ed allora? È proprio per queste cose che si sono avuti i fantastici progressi degli ultimi anni. Ma sarebbe più giusto parlare di emulazione. Certo, ci sono delle tensioni fra gli arrampicatori. Ma sono inevitabili e questa lettera, firmata dagli arrampicatori del Nord e del Sud, mostra che è possibile mettersi d’accordo sui temi di fondo.

Forse questa visione delle cose è un po’ troppo individualista. Ma è quella di un’arrampicata vista come rifugio, di fronte a certi archetipi della nostra società, come opposizione a tutti questi sport giudicati, arbitrati, cronometrati, ufficializzati ed istituzionalizzati. Arrampicare a tempo pieno, o quasi, implica dei sacrifici ed anche una certa marginalità. Ma può essere un’avventura, una scoperta, un gioco in cui ciascuno può fissare le sue regole. Noi non vogliamo allenatori o selezionatori, perché arrampicare è innanzi tutto una ricerca personale. Se nessuno reagisce, la competizione concepita e realizzata da una minoranza può rapidamente e troppo facilmente diventare il riferimento assoluto. Domani, ci saranno gare e concorrenti con il pettorale numerato, di fronte alle telecamere della TV, forse. Ma ci saranno anche degli arrampicatori che continueranno a praticare il vero gioco dell’arrampicata. Degli arrampicatori che saranno i guardiani di un certo spirito e di una certa etica.

Firmatari: Patrick Berhault, Patrick Bestagno, Eddy Boucher, Jean-Pierre Bouvier, David Chambre, Catherine Destivelle, Jean-Claude Droyer, Christine Gambert, Denis Garnier, Alain Ghersen, Fabrice Guillot, Christian Guyomar, Laurent Jacob, Antoine e Marc Le Menestrel, Dominique Marchal, Jo Montchaussé, Françoise Quintin, Jean-Baptiste Tribout.

 

Sestogrado – yes, we climb.