ripetitività gesto

Quello che ti frega è la ripetitività del gesto

Ogni settimana, per non dire ogni giorno, la cronaca alpinistica/arrampicatoria ci aggiorna sugli incidenti avvenuti nella pratica alpinistica o sportiva di questa attività. A seguito di tali incidenti si scatenano reazioni e commenti che vanno dalle condoglianze per i familiari delle vittime, alle analisi dei fatti (sempre approssimative e prive di elementi, visto che le descrizioni fatte dai giornali sono a dir poco “manchevoli”) ed infine ai giudizi. Questi, in occasione di incidenti che si verificano in ambito sportivo, tendono sempre più ad assumere un tono legato alla sempre più ampia diffusione dell’arrampicata, al fatto che se l’arrampicata diventa uno sport “di massa” bisogna porre delle regole, introdurre patentini, etc. Noi non ci uniamo a nessun coro di polemiche nè di giudizi, volendo sottrarci ad un approccio secondo il quale, chi pratica l’arrampicata da tempo ed in modo “semiserio” sia in grado di darne un valore esclusivo, decidendo chi può star fuori o dentro da questo mondo. Ci limitiamo a descrivere alcuni incidenti che seppur “incredibili” per il modo in cui si sono svolti, evidenziano che per “arrampicare in sicurezza” sono o sarebbero sufficienti le solite tre o quattro regolette di buona condotta.

Veniamo al fattaccio. Sabato 3 dicembre 2016, falesia di Ripa Majala nel Lazio. Un climber di 62 anni che sta arrampicando su un monotiro con la corda dall’alto, quindi da secondo, procede smoschettonando i rinvii che, chi ha aperto la via da primo, ha lasciato giustamente sulla parete con la corda infilata. Il climber procede nella risalita, smoschettona, smoschettona smoschettona, alla fine, giunto in catena, smoschettona pure quella, si trova privo di qualunque sicurezza, precipita e muore (le cronache riportano successivamente per i traumi riportati).

Incredibile? apparentemente sì. A chi è che verrebbe in mente di fare una cosa simile e cioè di rimuovere la corda dalla catena, senza avere nessun punto di ancoraggio o sicurezza?

Altro caso: palestra di indoor con sistema di autoassicurazione tipo True Blue (http://www.autobelay.com/), con il quale un climber può procedere autonomamente ed in sicurezza sulla via senza compagno, fino al raggiungimento della catena per poi “lasciarsi andare” ed atterrare al suolo attraverso una sorta di verricello autofrenato. Il climber si stava allenando da solo, come altre volte, come ogni settimana. Sali sulla parete con l’autobelay/arriva a terra/riposati, sali sulla parete con l’autobelay/arriva a terra/riposati, sali sulla parete con l’autobelay/arriva a terra/riposati ripetuto n° volte. Fino a che il climber parte senza agganciare il moschettone all’anello ventrale dell’imbrago, parte non assicurato, arriva in catena, si molla come tutte le altre volte, solo che questa volta precipita rovinosamente a terra.

Cosa si può trarre da queste esperienze/situazioni?

L’arrampicata è uno sport intrinsecamente pericoloso. Non bisogna dimenticarlo. Piccoli errori, dimenticanze, approssimazioni, possono generare conseguenze esponenzialmente gravi. La falsa sicurezza derivante da anni in cui “non è successo mai niente” non deve trarci in inganno, se sbagliamo, cadiamo come tutti.

Quello che ti frega è la ripetitività del gesto. Come per i sub che effettuano immersioni, raramente per non dire “mai” dalle cronache appare che l’infortunato era un principiante assoluto. Di solito i principianti, temono quello che stanno facendo, si muovono a tentoni, ed a meno ché non ci sia responsabilità diretta di chi dovrebbe sovrintendere il loro operato, pongono una certa attenzione in quello che stanno facendo.

Il problema riguarda i così detti praticanti esperti. Un caso su tutti che viene spesso citato è quello della famosa climber americana Lynn Hill, sopravvissuta miracolosamente ad un incidente causato dalla non chiusura del nodo all’imbrago. Lynn Hill arrivò in catena, per sedersi e farsi calare, se non ché il nodo si aprì, la corda uscì fuori dall’imbrago facendola precipitare. Sopravvisse grazie agli alberi che ne attutirono la caduta. Anche in quel caso l’errore fu di distrazione. Lynn , climber esperta che si era legata centinaia di volte, ammise che si era distratta a chiacchierare con il suo compagno di cordata mentre si preparava a salire.

Cosa si può fare per prevenire questi incidenti?

controllo incrociato. La prima e più basilare regola è quella di affidarsi al controllo del compagno, sempre, prima di partire, verificando il nodo e la corretta posizione dell’assicuratore. Sembra banale ma è ciò che salva, ed ha salvato più vite.

– controllare, guardare il compagno. Sì la via è facile, sto facendo sicura ad un compagno in top rope, ma questo non vuol dire che posso stare serenamente a chiacchierare con chi mi sta intorno senza mantenere la giusta attenzione su chi scala. E se il compagno che arrampica, commette un errore? se vedo che compie operazioni “strane”, come se vedo che si sta dimenticando di moschettonare/smoschettonare un rinvio, se vedo che arrampicando da primo sta mettendo la corda dietro ad una gamba (situazione che in caso di volo lo farebbe cadere a testa in giù, ribaltandolo), etc. è mio preciso dovere farmi sentire ed avvisarlo.

non distrarre il compagno mentre compie manovre. Questo vuol dire, anche e soprattutto mentre si sta legando. Una battuta, una distrazione può essere la causa di una non completa chiusura del nodo.

Infine, in relazione all’incidente verificatosi in palestra con sistema di autosicura, questa situazione merita ulteriore approfondimento proprio perchè verificatasi in condizione di autosicura.

Questa modalità di progressione, in palestra con un dispositivo omologato a verricello, od in ambiente, con tecnica di progressione in autosicura si svolge comunque in solitaria. Necessita quindi di un livello di attenzione enormemente superiore alla normale arrampicata che si svolge con il compagno. In autosicura siamo noi e solo noi a controllare ciò che stiamo facendo, senza possibilità di controllo incrociato, per cui necessariamente dobbiamo elevare il nostro standard di attenzione ai massimi livelli in ogni fase.

Allenarsi serve a mantenerci “in forma” per le uscite impegnative in falesia o montagna, ma non dobbiamo incorrere nell’errore di creare una routine, in grado di causare la falsa sicurezza che non possa mai capitare niente.

L’arrampicata è bella ma va sempre rispettata, ne va di noi stessi.

 

Climb safe