paura di volare

Paura di volare, conoscerla per affrontarla

Per chi non se ne fosse ancora accorto, l’arrampicata è un’attività mentale. Una solida base fisica e una buona tecnica non sono sicuramente da buttare via; diventano però inutili se la testa ci blocca e non riusciamo ad eseguire nemmeno un passaggio. Quando invece la testa “c’è” ci muoviamo in modo fluido e naturale, come se fossimo nati arrampicando.

 

Il nostro cervello funziona secondo schemi ben precisi in cui la paura svolge un ruolo fondamentale e che ha consentito all’uomo di sopravvivere ed evolversi. Ma, per quanto ci interessa, come influisce ciò sulla paura di volare e come possiamo imparare a gestirla?

Va fatta innanzi tutto una distinzione. Ciò che chiamiamo paura di volare ha due componenti: la prima istintiva, la seconda legata all’apprendimento e alle nostre esperienze passate.

Iniziamo allora dai nostri istinti. Gli istinti sono comportamenti innati che possediamo geneticamente. Proteggono la nostra sopravvivenza e sono specifici di noi esseri umani come specie. In caso di necessità ci fanno reagire prima ancora che la nostra mente razionale abbia elaborato la situazione. Un esempio classico: stiamo camminando in un bosco e con la coda dell’occhio scorgiamo un serpente per terra vicino a noi. Reagiamo in modo istintivo, ci irrigidiamo, saltiamo all’indietro, magari urliamo. Poi guardando meglio e ci accorgiamo di aver visto male, non era un serpente ma un comunissimo ramo caduto. É stato tutto troppo veloce e incontrollabile e ci sentiamo un po’ stupidi per la reazione eccessiva. Se però si fosse davvero trattato di un serpente saremmo stati lontani dalla sua portata in meno di un secondo, senza nemmeno aver bisogno di pensarci su.

Un altro degli istinti che possediamo è la paura delle grandi altezze. Ci saremo evoluti dalle scimmie ma durante il nostro percorso abbiamo deciso che ci piaceva stare a terra. Abbiamo cambiato habitat, il nostro corpo si è adattato all’andatura bipede e il nostro amore per i luoghi elevati ha iniziato a scemare. Nel corso dell’evoluzione la paura dell’altezza è diventato un istinto di sopravvivenza tipico dell’uomo. In alcuni è più pronunciato che in altri ma nessuno di noi ne è esente, arrampicatori compresi.

 

Parliamo ora della seconda componente nella paura di volare. Essa è legata alla paura di cadere e di farsi male. Non si  tratta di un istinto innato ma di una paura che abbiamo formato nei nostri primi anni d’età. Formato dove? In una parte ben precisa del cervello:

paura di volare

Quando vediamo una rappresentazione del cervello ciò che in realtà stiamo osservando è il suo involucro esterno: la corteccia cerebrale, suddivisa in diversi lobi. É estremamente sviluppata nei primati e nell’uomo ed è tipicamente associata al pensiero razionale e alla coscienza di sé. Non è però nella corteccia cerebrale che troveremo risposte sulla paura di volare ma più verso l’interno, nel sistema limbico.

 

Il sistema limbico è situato idealmente a metà strada tra la corteccia cerebrale e i centri che regolano funzioni automatiche come temperatura, respirazione, equilibrio e così via. Le sue funzioni non si possono proprio considerare razionali ma nemmeno esclusivamente istintive. Infatti il sistema limbico è coinvolto nella memoria a lungo termine e nella gestione delle emozioni. Le strutture più conosciute che lo compongono sono l’ippocampo, i nuclei talamici e l’amigdala. É proprio quest’ultima che ha a che fare con la nostra ricerca e che sta ricevendo molto interesse scientifico negli ultimi tempi. A forma di mandorla (in greco antico “amygdala” significa mandorla) l’amigdala si occupa infatti dei meccanismi legati alla paura, all’ansietà e allo stress.

 

Analizziamo più in dettaglio cosa intende il nostro cervello per paura. La parola “paura” viene utilizzata spesso in modo improprio, per indicare i nostri timori e le nostre ansie, come la paura di non superare un esame o di perdere il treno perché siamo in ritardo. In realtà si tratta di un meccanismo molto più complesso, che viene anch’esso attivato in situazioni di potenziale pericolo. Quando ci troviamo in una di queste situazioni, la prima parte del nostro cervello che se ne accorge è proprio l’amigdala. Automaticamente vengono attivate una serie di reazioni fisiche: il cuore batte più forte, viene prodotta adrenalina e noradrenalina dalle ghiandole surrenali, la salivazione si blocca e così via.

 

Ciò che fa l’amigdala si chiama in linguaggio scientifico Fight or flight. Significa che per il nostro cervello abbiamo solo due possibilità davanti a un pericolo: lottare contro di esso o fuggire da esso. Stiamo parlando di un comportamento derivato da secoli di evoluzione, utile quando dovevamo scappare da un predatore ma anche in tempi moderni, quando ad esempio una macchina ci sta per investire. La paura viene creata nella nostra testa ed è quella reazione automatica e istintiva che, in situazione di pericolo, ci salva la vita.

 

Come immaginerete è molto importante per il cervello sapere di cosa avere paura. Possediamo infatti già in tenera età una sorta di “banca dati” di tutto ciò che viene etichettato come potenzialmente pericoloso. Se ne occupano tra l’altro proprio l’amigdala e l’ippocampo. Questa banca dati lavora per associazioni ed è in costante aggiornamento, anche in età adulta. Significa che il nostro cervello continua ad applicare “etichette di pericolosità” alle diverse situazioni che ci possono capitare e a rivederle di continuo.

Ogni cosa che ci provoca dolore sin da bambini viene trasmessa direttamente al sistema limbico e salvata nella banca dati come pericolosa. Man mano che cresciamo ed esploriamo il mondo, il nostro cervello va a confrontare le situazioni del presente con quelle già vissute e memorizzate in passato.

Se ci troviamo di fronte ad una nuova situazione, il nostro cervello non la riconosce e allora va a ricercare tra i ricordi situazioni analoghe. Se le dovesse trovare e fossero etichettate come pericolose, l’amigdala si attiverà all’istante e ci causerà paura della situazione attuale.

Le associazioni del sistema limbico funzionano per rafforzamento. Più volte avremo sperimentato dolore in una data situazione e maggiore sarà l’attivazione dell’amigdala e di conseguenza la paura che proveremo di quella situazione. Ecco spiegato perché abbiamo paura di cadere. Tutte le cadute che abbiamo fatto da bambini ci hanno “programmati” a temere il dolore che ne potrebbe risultare.

 

Utile per “evolverci” e sopravvivere, la paura e quindi la paura di volare, può essere limitante per le nostre capacità arrampicatorie. Bisogna allenare non solo i muscoli ma anche il cervello all’arrampicata, se necessario, anche ingannandolo attuando dei meccanismi anti intuitivi.

Per chi volesse approfondire un formidabile approccio a questa metodologia viene fornito nel testo di Arno Ilgner, Rock warrior’s way, probabilmente il miglior testo in commercio dedicato alla gestione della “nostra testa” in arrampicata.