{"id":147288,"date":"2025-03-09T07:39:37","date_gmt":"2025-03-09T06:39:37","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sestogrado.it\/?p=147288"},"modified":"2025-03-09T19:20:30","modified_gmt":"2025-03-09T18:20:30","slug":"il-manifesto-dei-19","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sestogrado.it\/it\/il-manifesto-dei-19\/","title":{"rendered":"Il Manifesto dei 19"},"content":{"rendered":"<p>Nel 1985 diciannove arrampicatori francesi scrissero una lettera aperta, il <strong>Manifesto dei 19<\/strong> appunto, prendendo posizione contro le gare di arrampicata e contro ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando. Una lettera che costituisce una utopia forse, e che oggi pu\u00f2 essere vista anche con una certa tenerezza ma che fa comprendere quali fossero gli istinti e le motivazioni di chi scalava negli anni ottanta. Uno dei rappresentanti del Manifesto dei 19 era <strong>Antoine Le Menestrel<\/strong>, funambolo dell\u2019arrampicata, uno dei primi scalatori al mondo a raggiungere l\u20198c. Fu uno dei firmatari del manifesto ma fu anche uno dei primi tracciatori di competizioni, contravvenendo all\u2019impegno preso nel manifesto stesso. In realt\u00e0 solo uno dei firmatari, <strong>Patrick Berhault<\/strong>, rimase fedele all\u2019impegno preso e non partecip\u00f2 mai ad alcuna competizione, tutti gli altri dovettero rassegnarsi a prendere parte a ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando, non pi\u00f9 solo un viaggio romantico, ma anche uno sport competitivo.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"img-fluid alignnone wp-image-147291 size-full\" src=\"https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3.jpg\" alt=\"menestrel\" width=\"900\" height=\"604\" srcset=\"https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3.jpg 900w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3-750x503.jpg 750w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3-768x515.jpg 768w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3-119x80.jpg 119w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3-89x60.jpg 89w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/02-3-134x90.jpg 134w\" sizes=\"(max-width: 900px) 100vw, 900px\" \/><\/p>\n<p>Ecco come Menestrel, ad anni di distanza, descrive la sua <strong>partecipazione al Manifesto<\/strong>: \u201c<em>Ero un giovane studente, vivevo ai margini della societ\u00e0 e difendevo il concetto di un\u2019arrampicata non soggetta al sistema mediatico-finanziario dominato dal concetto del denaro. Nel mio intimo non volevo saperne di quel mondo l\u00e0, e sono fiero di aver firmato quel manifesto. La societ\u00e0 doveva integrare l\u2019arrampicata, questa pratica marginale, e i valori veicolati dalla competizione ne erano un buon mezzo. Ero idealista, ricordo di essermi trovato al bivio tra adattarmi o smettere di arrampicare. Ho scelto di integrarmi nel sistema al fine di apportarvi la mia creativit\u00e0.<\/em> \u201c<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"img-fluid alignnone wp-image-147292 \" src=\"https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3.jpg\" alt=\"menestrel\" width=\"932\" height=\"621\" srcset=\"https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3.jpg 1600w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-750x500.jpg 750w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-1024x682.jpg 1024w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-768x512.jpg 768w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-1536x1023.jpg 1536w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-120x80.jpg 120w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-90x60.jpg 90w, https:\/\/www.sestogrado.it\/wp-content\/uploads\/2023\/11\/03-3-135x90.jpg 135w\" sizes=\"(max-width: 932px) 100vw, 932px\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h3><strong>Questo il testo integrale del Manifesto dei 19:<\/strong><\/h3>\n<p><em>1985, dieci anni che l\u2019arrampicata libera si \u00e8 sviluppata in Francia. Oggetto di irrisione all\u2019inizio, attualmente costituisce la regola del gioco per la maggior parte degli arrampicatori. <\/em><em>1985, varie competizioni sono previste in Francia, alcune organizzate da associazioni, altre da societ\u00e0 commerciali e quindi sponsorizzate. Alcuni si rallegrano di tale evoluzione. <\/em><em>Altri, no. <\/em><em>Noi facciamo parte di questa seconda categoria. Noi, cio\u00e8 tutti gli arrampicatori che, dopo aver letto ed approvato, hanno firmato questa lettera. Persone che per tutto l\u2019anno investono tempo, fatica e denaro allenandosi ed arrampicando in falesia. Lo scopo di questo testo non \u00e8 di tentare di analizzare le cause della nascita delle competizioni (che non fu del tutto democratica\u2026), n\u00e9 di denunciare un responsabile, ma di tratteggiare le conseguenze possibili e probabili di un\u2019ulteriore evoluzione. <\/em><em>Innanzi tutto \u00e8 falso credere che la maggior parte degli arrampicatori \u00abforti\u00bb sia favorevole e pronta a partecipare alle future competizioni. Questa lettera ne \u00e8 la prova.<\/em><\/p>\n<p><em>Certi sport, come ad esempio il calcio o il tennis, traggono la loro ragione d\u2019essere dalle competizioni. Ma l\u2019essenza dell\u2019arrampicata \u00e8 un\u2019altra. La sua finalit\u00e0 ultima \u00e8 e deve restare la ricerca di una difficolt\u00e0 tecnica e di un impegno (solitarie, chiodature lunghe) sempre crescente. E gi\u00e0 qui compare una contraddizione con le gare. Siamo realisti. Ci si pu\u00f2 immaginare una competizione basata sulla difficolt\u00e0 pura, ma le necessit\u00e0 dei media sono altre. Per essere spettacolare e fruibile al grande pubblico, la gara deve fornire un parametro di misura facilmente comprensibile a tutti; \u00e8 del resto il problema di altri sport visivamente troppo complessi, come la scherma ed il judo. <\/em><em>Il parametro pi\u00f9 comprensibile \u00e8 la velocit\u00e0, il verdetto del cronometro. L\u2019arrampicata come lo sci: un circuito professionistico con una monopolizzazione delle falesie.<\/em><\/p>\n<p><em>Ed anche se si facessero le gare di difficolt\u00e0 pura, cosa ci darebbero di pi\u00f9? Ci mostrerebbero chi sono i migliori? Nemmeno quello, perch\u00e9 l\u2019arrampicata moderna \u00e8 troppo complessa (salite in libera, a vista, a tentativi, in solitaria) per dare giudizi netti. Attualmente esiste una competizione indotta (argomento di fondo dei sostenitori delle gare) e la ricerca di un certo riconoscimento da parte delle riviste specializzate. Ed allora? \u00c8 proprio per queste cose che si sono avuti i fantastici progressi degli ultimi anni. Ma sarebbe pi\u00f9 giusto parlare di emulazione. Certo, ci sono delle tensioni fra gli arrampicatori. Ma sono inevitabili e questa lettera, firmata dagli arrampicatori del Nord e del Sud, mostra che \u00e8 possibile mettersi d\u2019accordo sui temi di fondo.<\/em><\/p>\n<p><em>Forse questa visione delle cose \u00e8 un po\u2019 troppo individualista. Ma \u00e8 quella di un\u2019arrampicata vista come rifugio, di fronte a certi archetipi della nostra societ\u00e0, come opposizione a tutti questi sport giudicati, arbitrati, cronometrati, ufficializzati ed istituzionalizzati. Arrampicare a tempo pieno, o quasi, implica dei sacrifici ed anche una certa marginalit\u00e0. Ma pu\u00f2 essere un\u2019avventura, una scoperta, un gioco in cui ciascuno pu\u00f2 fissare le sue regole. Noi non vogliamo allenatori o selezionatori, perch\u00e9 arrampicare \u00e8 innanzi tutto una ricerca personale. Se nessuno reagisce, la competizione concepita e realizzata da una minoranza pu\u00f2 rapidamente e troppo facilmente diventare il riferimento assoluto. Domani, ci saranno gare e concorrenti con il pettorale numerato, di fronte alle telecamere della TV, forse. Ma ci saranno anche degli arrampicatori che continueranno a praticare il vero gioco dell\u2019arrampicata. Degli arrampicatori che saranno i guardiani di un certo spirito e di una certa etica.<\/em><\/p>\n<p>Firmatari: Patrick Berhault, Patrick Bestagno, Eddy Boucher, Jean-Pierre Bouvier, David Chambre, Catherine Destivelle, Jean-Claude Droyer, Christine Gambert, Denis Garnier, Alain Ghersen, Fabrice Guillot, Christian Guyomar, Laurent Jacob, Antoine e Marc Le Menestrel, Dominique Marchal, Jo Montchauss\u00e9, Fran\u00e7oise Quintin, Jean-Baptiste Tribout.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Sestogrado &#8211; yes, we climb.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Storico proclama francese di rifiuto delle competizioni in arrampicata<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":147290,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[79],"tags":[],"class_list":["post-147288","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-libro-di-vetta"],"acf":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v26.4 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Il Manifesto dei 19 - Sestogrado<\/title>\n<meta name=\"description\" content=\"Storico proclama francese di rifiuto delle competizioni in arrampicata. Nel 1985 diciannove arrampicatori francesi scrissero una lettera aperta, il Manifesto dei 19 appunto, prendendo posizione contro le gare di arrampicata e contro ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando. Una lettera che costituisce una utopia forse, che oggi pu\u00f2 essere vista anche con una certa tenerezza ma che fa comprendere quali fossero gli istinti e le motivazioni di chi scalava negli anni ottanta. Uno dei rappresentanti del Manifesto dei 19 era Antoine Le Menestrel, funambolo dell\u2019arrampicata, uno dei primi scalatori al mondo a raggiungere l\u20198c. Fu uno dei firmatari del manifesto ma fu anche uno dei primi tracciatori di competizioni, contravvenendo all\u2019impegno preso nel manifesto stesso. In realt\u00e0 solo uno dei firmatari, Patrick Berhault, rimase fedele all\u2019impegno preso e non partecip\u00f2 mai ad alcuna competizione, tutti gli altri dovettero rassegnarsi a prendere parte a ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando, non pi\u00f9 solo un viaggio romantico, ma anche uno sport competitivo.Ecco come Menestrel, ad anni di distanza, descrive la sua partecipazione al Manifesto: \u201cEro un giovane studente, vivevo ai margini della societ\u00e0 e difendevo il concetto di un\u2019arrampicata non soggetta al sistema mediatico-finanziario dominato dal concetto del denaro. Nel mio intimo non volevo saperne di quel mondo l\u00e0, e sono fiero di aver firmato quel manifesto. La societ\u00e0 doveva integrare l\u2019arrampicata, questa pratica marginale, e i valori veicolati dalla competizione ne erano un buon mezzo. Ero idealista, ricordo di essermi trovato al bivio tra adattarmi o smettere di arrampicare. 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In realt\u00e0 solo uno dei firmatari, Patrick Berhault, rimase fedele all\u2019impegno preso e non partecip\u00f2 mai ad alcuna competizione, tutti gli altri dovettero rassegnarsi a prendere parte a ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando, non pi\u00f9 solo un viaggio romantico, ma anche uno sport competitivo.Ecco come Menestrel, ad anni di distanza, descrive la sua partecipazione al Manifesto: \u201cEro un giovane studente, vivevo ai margini della societ\u00e0 e difendevo il concetto di un\u2019arrampicata non soggetta al sistema mediatico-finanziario dominato dal concetto del denaro. Nel mio intimo non volevo saperne di quel mondo l\u00e0, e sono fiero di aver firmato quel manifesto. La societ\u00e0 doveva integrare l\u2019arrampicata, questa pratica marginale, e i valori veicolati dalla competizione ne erano un buon mezzo. Ero idealista, ricordo di essermi trovato al bivio tra adattarmi o smettere di arrampicare. 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Uno dei rappresentanti del Manifesto dei 19 era Antoine Le Menestrel, funambolo dell\u2019arrampicata, uno dei primi scalatori al mondo a raggiungere l\u20198c. Fu uno dei firmatari del manifesto ma fu anche uno dei primi tracciatori di competizioni, contravvenendo all\u2019impegno preso nel manifesto stesso. In realt\u00e0 solo uno dei firmatari, Patrick Berhault, rimase fedele all\u2019impegno preso e non partecip\u00f2 mai ad alcuna competizione, tutti gli altri dovettero rassegnarsi a prendere parte a ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando, non pi\u00f9 solo un viaggio romantico, ma anche uno sport competitivo.Ecco come Menestrel, ad anni di distanza, descrive la sua partecipazione al Manifesto: \u201cEro un giovane studente, vivevo ai margini della societ\u00e0 e difendevo il concetto di un\u2019arrampicata non soggetta al sistema mediatico-finanziario dominato dal concetto del denaro. Nel mio intimo non volevo saperne di quel mondo l\u00e0, e sono fiero di aver firmato quel manifesto. La societ\u00e0 doveva integrare l\u2019arrampicata, questa pratica marginale, e i valori veicolati dalla competizione ne erano un buon mezzo. Ero idealista, ricordo di essermi trovato al bivio tra adattarmi o smettere di arrampicare. 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Nel 1985 diciannove arrampicatori francesi scrissero una lettera aperta, il Manifesto dei 19 appunto, prendendo posizione contro le gare di arrampicata e contro ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando. Una lettera che costituisce una utopia forse, che oggi pu\u00f2 essere vista anche con una certa tenerezza ma che fa comprendere quali fossero gli istinti e le motivazioni di chi scalava negli anni ottanta. Uno dei rappresentanti del Manifesto dei 19 era Antoine Le Menestrel, funambolo dell\u2019arrampicata, uno dei primi scalatori al mondo a raggiungere l\u20198c. Fu uno dei firmatari del manifesto ma fu anche uno dei primi tracciatori di competizioni, contravvenendo all\u2019impegno preso nel manifesto stesso. In realt\u00e0 solo uno dei firmatari, Patrick Berhault, rimase fedele all\u2019impegno preso e non partecip\u00f2 mai ad alcuna competizione, tutti gli altri dovettero rassegnarsi a prendere parte a ci\u00f2 che l\u2019arrampicata stava diventando, non pi\u00f9 solo un viaggio romantico, ma anche uno sport competitivo.Ecco come Menestrel, ad anni di distanza, descrive la sua partecipazione al Manifesto: \u201cEro un giovane studente, vivevo ai margini della societ\u00e0 e difendevo il concetto di un\u2019arrampicata non soggetta al sistema mediatico-finanziario dominato dal concetto del denaro. Nel mio intimo non volevo saperne di quel mondo l\u00e0, e sono fiero di aver firmato quel manifesto. La societ\u00e0 doveva integrare l\u2019arrampicata, questa pratica marginale, e i valori veicolati dalla competizione ne erano un buon mezzo. Ero idealista, ricordo di essermi trovato al bivio tra adattarmi o smettere di arrampicare. 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